17/12/2020

Cresce il consenso per Giorgia Meloni

Livio Gigliuto, Vice Presidente dell'Istituto Piepoli, intervistato da Domenico Bonaventura su Giorgia Meloni, risponde: "Se vuole diventare il leader del Centrodestra deve agire adesso".

“Ha raggiunto il 30% di consensi nel corso del lockdown. Ora si è assestata anche su qualche punto in più. Ma se Giorgia Meloni vuole diventare il leader del Centrodestra, non può aspettare anni, deve fare in modo che accada subito”.

Livio Gigliuto, vicepresidente di Istituto Piepoli e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla Comunicazione digitale (PA Social e Istituto Piepoli), analizza lo stato di salute e le prospettive del presidente di Fratelli d’Italia. “Un leader atipico, in un Paese che produce leader a un ritmo decisamente elevato”, osserva Gigliuto. Perché atipico? “Perché rispetto ai suoi predecessori – da Berlusconi a Renzi, fino a Salvini -, lei tende meno a mettersi al centro del villaggio. Cerca con parsimonia i riflettori. A differenza, ad esempio, del Cavaliere, che univa vita pubblica e vita privata, di Renzi e del suo radicalismo e di Salvini e del suo giocare a tirare la palla sempre più lontano. Ecco, il leaderismo della Meloni può essere interpretato come atipico in questo senso: stare un passo indietro e non un passo avanti”.

Anche perché radicalizzare il messaggio politico porta a una ghettizzazione, e il risultato è che ad accompagnarti sarà solo chi è radicale come te. “Proprio così. Storicamente, in Italia, quando un partito scavalla il 30% di consensi, ha raggiunto il valico. Da quel momento, come se si attivasse una sorta di sistema anticorpale, ha inizio la discesa. È stato così per il Pd di Renzi, poi per il M5S e più di recente per la Lega. Probabilmente, Fratelli d’Italia non arriverà mai a quelle cifre”, profetizza Gigliuto, da pochi giorni in libreria con “L’Opinione degli italiani nel primo ventennio degli anni 2000”, edito da FrancoAngeli, un excursus sugli ultimi vent’anni, che ha curato insieme al Professor Nicola Piepoli.

Eppure è cresciuta tantissimo, quasi triplicando i voti delle Europee del 2019. “Sì, ma il fatto che si sia attestata sul 16-17% certifica e rappresenta plasticamente il modo di fare leadership da parte della Meloni, che naturalmente è l’elemento più rappresentativo del proprio partito. E si tratta di un modo che non è esplosivo, ma effusivo. Ha fortificato una quota di consenso molto solida, e questa è una grande nota di merito, considerato l’agguerrito competitor all’interno di quell’area definita sovranista”.

Una strategia lungimirante, quindi, che l’ha portata, come dice Gigliuto, a essere “perno della coalizione di Centrodestra: un atteggiamento strategicamente più saggio, affiancato però anche da un po’di ruvidità. La Meloni è saldamente all’opposizione, ci resta e ci rimarrà. Ma non dà mai l’idea di essere opposizione a prescindere: sa essere istituzionale e di palazzo ma non troppo, contro il sistema ma senza esagerare. Sa come si interpreta il ruolo di leader, e perciò risulta molto credibile.

C’è da dire che alle spalle ha un gruppo di parlamentari che la adorano e la riconoscono come leader capace di guidarli. E un partito che punta moltissimo su di lei. Prima del lockdown ha investito moltissimo, anche in termini di sponsorizzate sui social. Successivamente, la spesa è diminuita moltissimo: c’entra una sorta di riequilibrio tra tv e piattaforme? “Decisamente sì. Oggi la visibilità televisiva dei leader politici è molto elevata, e si è impennata rispetto a prima. Poi per ciò che riguarda la Meloni, sa benissimo che una spesa eccessiva sui social contribuirebbe a radicalizzare lo scontro, a polarizzarlo. Ed è proprio qui che lei vuole differenziarsi”.

Ma se da leader di partito volesse fare il salto a leader di coalizione? “Di sicuro c’è molta curiosità intorno a lei e i numeri lo testimoniano. Ma non sappiamo se tra un anno sarà ancora così”.

Dunque, ha fatto 30 (per cento) e per fare 31, non ha molto tempo.

Domenico Bonaventura per il Riformista